Produzioni Spettacoli Teatrali sulla Legalità

IL SILENZIO E’… MAFIA, DA IMPASTATO A MANCA
Lo spettacolo dipinge alcuni personaggi famosi o di nicchia, che hanno pagato con la vita l’essersi schierati a favore della legalità, che hanno creduto nei veri valori e nella possibilità di cambiare la nostra società spesso corrotta e sopraffatta dalla mala-vita.
Il dramma è un messaggio di speranza che non cade mai nel mieloso o nel qualunquista, ma punta dritto al nocciolo delle questioni di mafia trattate (alcune risolte, altre con indagini ancora in corso).
Partendo dalla storia di Peppino Impastato che ha visto dopo 30 anni condannare Tano Badalamenti come il “mandante” dell’efferato omicidio spacciato inizialmente per suicidio, si alterneranno sulla scena alcuni personaggi diventati tristemente famosi perché le loro vite e soprattutto le loro morti sono state scandagliate in lungo ed in largo da inquirenti e magistrati spesso senza trovarne i colpevoli, come ad esempio i giornalisti Ilaria Alpi, Mauro Rostagno, Beppe Alfano.
Si parlerà di sangue, silenzio ed omertà. La vicenda si snoderà lungo un filo rosso che accomuna i protagonisti: l’amore per la verità e la lotta alla mafia, dispensatrice di morte ed inganni.
Attorno a questi omicidi per anni qualcuno ha tentato di far emergere una verità altra, nonostante l’impegno di alcuni magistrati, come Falcone o Borsellino, sempre troppo pochi rispetto ai colleghi che sembrano voler remare contro l’affermazione di Verità e Giustizia nel nostro Paese.
Una pièce teatrale che cerca di fare luce su casi clamorosi degli ultimi decenni e si ricollega a vicende intricate ed incredibili, piene di colpi di scena e d’omissioni investigative, di chiamate misteriosamente sparite dai tabulati telefonici e di strani silenzi.
Ma è anche la storia di un dolore immenso: quello dei familiari che ancora oggi reclamano verità e giustizia.
Il silenzio è mafia è infatti anche un importante evento che veicola, tra gli altri, nel finale, il messaggio disperato di una madre che da dodici anni a questa parte sta tentando di far riaprire il processo contro gli assassini di suo figlio. Si tratta di Angela Gentile, madre del giovane medico Attilio Manca,  ucciso alcuni anni fa dopo aver operato chirurgicamente alla prostata il boss Bernardo Provenzano. Grazie a quell’operazione Provenzano ebbe salva la vita, ma, forse perché consapevole di essere stato riconosciuto dal medico, decise di togliere la vita al proprio “salvatore”: per questo motivo secondo il regista è un’immagine davvero “Cristica” quella di Attilio Manca! Le indagini sulla sua morte portarono tuttavia quasi subito ad ipotizzare un suicidio, lasciando a bocca aperta un’opinione pubblica tutt’ora comunque poco informata sull’accaduto…
Nella performance si tessono assieme in un intreccio quasi naturale le vite di tutti i personaggi che come il Manca subirono la ritorsione della mafia semplicemente per aver fatto il proprio dovere.
In tutti il dolore è infatti sempre lo stesso, sia che si tratti di Felicia, madre di Peppino Impastato, sia che si tratti della madre di Attilio Manca, Angela Gentile o della vedova Schifani, moglie di un agente della scorta di Falcone… ma anche le modalità di depistaggio da parte di Istituzioni colluse con la mafia sono sempre le stesse.
“Il silenzio è mafia…da Impastato a Manca”, rappresenta per le scuole (e non solo) più che uno spettacolo un’occasione, <<perché è una vera e propria lezione di educazione civica applicata i cui docenti sono per un’ora gli attori e il regista>>: è stata questa la definizione coniata da un assessore all’Istruzione toscano durante un’intervista televisiva, rilasciata dopo aver assistito allo spettacolo. Il dramma, già in tournée per le scuole d’Italia da circa un anno, è stato infatti costruito dal regista Alabrese, pensando esplicitamente all’impatto che avrebbe avuto sui ragazzi di scuola secondaria di primo e secondo grado. Le tecniche utilizzate sono frutto di anni di sperimentazione e ricerca spesi dal drammaturgo a contatto con l’ambiente scolastico: sono quindi originali, uniche nel loro genere e scenicamente innovative. In particolare la pièce è stata realizzata con l’ausilio d’una modalità originale nata dalla fusione di quasi tutte le tecniche che attraversano la storia del teatro, come il teatro danza, la recitazione pura del teatro d’attore, la commedia dell’arte in chiave grottesca e altre ancora. Inoltre si fa largo uso del “contrappunto musicale”, mutuato dal cinema neorealista delle origini, che è la tecnica usata per sottolineare in modo opportuno, musicalmente, ogni momento della narrazione drammatica: questo stimola nello spettatore una maggiore partecipazione emotiva all’azione scenica. La sottolineatura musicale costituisce infine quell’ingrediente aggiunto che innesca nel pubblico la sensazione di trovarsi al cospetto di un film 3 d, con l’unica differenza che tutto appare ancora più nitido e realistico perché le immagini visionate sono dal vivo.
Un’altra particolarità del dramma è la collocazione degli avvenimenti “nell’hic et nunc”, cioè nel momento storico presente, per tentare d’immaginare e comprendere come si sarebbero mossi oggi alcuni dei personaggi protagonisti come Peppino Impastato. Questa tecnica, detta “traslazione temporale”, è anche un pretesto per introdurre alcuni gravi fatti di cronaca che si stanno verificando in questi ultimi mesi.
Nel corso dello spettacolo la tensione è mantenuta quasi sempre alta, con l’aggiunta di opportune repentine variazioni del tono narrativo, così da poter trasportare lo spettatore lungo l’intero svolgersi del racconto senza che cali mai il suo livello d’attenzione, costruito su misura, sia per i ragazzi delle scuole sia per il pubblico adulto, e per chi non abbia mai amato il teatro così com’è.
FALCONE: LA MAFIA NON E’ AFFATTO INVINCIBILE
Lo spettacolo, seguendo lo stile originale che contraddistingue il regista Ivan Alabrese, scaturisce dall’incontro di tecniche teatrali e cinematografiche.         
La trama narra, come in un romanzo per ragazzi, la storia d’amore di due giovani le cui vite vengono segnate casualmente ed irrimediabilmente dalla “strage di Capaci”.
I giovani spettatori saranno introdotti agli accadimenti della vita di Giovanni Falcone, attraverso le emozioni ed i sentimenti dei due protagonisti, che rappresentano l’alter ego sulla scena di ogni singolo spettatore.
L’intenzione dell’autore-regista è quella di coinvolgere gli astanti catapultandoli idealmente all’interno del terribile attentato del 23 maggio 1992, facendo capire loro cosa si prova a vivere personalmente la tragedia di quell’esplosione: gli spettatori conosceranno insomma la storia di Falcone non attraverso i racconti sulla sua vita – come hanno fatto tante altre opere teatrali e cinematografiche,  ma, indirettamente, attraverso la vita sconvolta dei due protagonisti che, ignari, si troveranno a passare dal luogo dell’attentato esattamente nell’istante in cui l’autostrada viene fatta saltare per aria…
Nello snocciolo del racconto scenico saranno messi in risalto anche i nomi e le vite degli uomini della scorta di Falcone, che la letteratura teatrale non cita mai abbastanza.
Una storia “avvincente come una fiction”, dai ritmi incalzanti e ritmati come in un film d’avventura e che, grazie alla leggerezza della tessitura scenica, conduce le coscienze ad una  riflessione più profonda.
Per quanto concerne il profilo estetico, si può senz’altro affermare che il “teatro sociale” acquista in questo spettacolo un sapore nuovo: le tecniche innovative utilizzate e la regia inedita forniscono l’occasione di conoscere ed apprezzare il “teatro d’impegno civile” che spesso è reso noioso dall’intellettualismo  e dall’eccessiva staticità scenica.
FALCONE BORSELLINO
DAL MAXIPROCESSO ALLE STRAGI: LA VERITA’ DIVENTATA UNA FICTION
LA MESSINSCENA
  Quant’è importante raccontare ai giovani questa terribile pagina di storia italiana? Quanto serve affinché ciò non accada più, affinché venga fatta luce e giustizia sui delitti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Quanto è stato utile il loro sacrificio se non portiamo a termine il loro lavoro?
Lo spettacolo è pensato in puro teatro brechtiano in cui gli attori diventano interpreti di personaggi, la cui azione è frammentata da momenti musicali e didascalici per rompere la quarta parete e raggiungere il pubblico, assolvendo a quella funzione del teatro civile che è didattico, con l’obiettivo di dare allo spettatore gli strumenti utili, a creare il proprio punto di vista rispetto alla criminalità organizzata: Cosa nostra.
In seguito, dopo una breve prefazione di Alfred Hitchcock, attraverso due immaginari poliziotti, un uomo e una donna, proveremo a capire le dinamiche di uno dei delitti più cruenti della storia della nostra nazione. Le dinamiche di potere sono un fatto umano ingiustificabile, la mafia entra nella quotidianità e ci devia il modo di vedere le cose.
I ragazzi, le nuove generazioni che non hanno vissuto quegli anni, hanno bisogno una struttura narrativa di riferimento a loro più congeniale. Perciò, l’utilizzo di un linguaggio semplice e fictionabile, adatto anche ai giovani, prende in prestito citazioni cinematografiche e del luogo comune per essere facilmente compreso o facilmente fuorviato, come spesso i puù grandi strumenti di comunicazione di massa fanno. Perciò la prima parte dello spettacolo diventa essenziale per la comprensione della realtà e la seconda per godere di una storia d’amore che diventa il sillogismo tra il rispetto delle istituzioni e la corruzione che si riscatta per amore.
Un cantastorie ci guida in un racconto immaginario che si sviluppa da un antefatto vero, reale: la strage di Capaci e di via D’Amelio. Un’esplosione in piena città, una modalità assurda, ci è sembrata una scena di un film pieno di effetti speciali. Nel ‘92 i nostri eroi che combattevano la mafia sono saltati in aria davvero! In scena accadrà nuovamente, ogni volta, come monito, nella speranza che non succeda mai più un’altra esplosione nella quotidianità di tutti i Palermitani, di tutti gli italiani.
LA CONCLUSIONE
  L’amore può cambiare gli uomini, com’è stato ricordato nel grido di Agnese Borsellino, c’è sempre tempo per il perdono e per pagare per gli errori commessi. Solo in questo modo si può creare un sistema sociale civile in cui la mafia perde il suo consenso.
LA RIFLESSIONE
Di Falcone e di Borsellino si ricordano i nomi, i volti stereotipati e riprodotti come un brand di legalità che rischia di far dimenticare il motivo della loro morte. Adesso sappiamo che dietro vi è una regia stragista più grande, ciò che è emerso nella trattativa stato-mafia è la pagina più brutta della storia della nostra nazione dopo il fascismo.
Crediamo che la colpa sia dello stato, ma se così fosse, di chi sarebbe la vera colpa? Nostra. Perchè ci siamo disinteressati a risolvere il caso come se non ci riguardasse personalmente. Il fenomeno mafioso non è ancora sparito, “Cosa nostra” non è un evento lontano dalla quotidianità, ci tocca direttamente. All’indomani della strage di Capaci l’intera nazione era scesa in strada per farsi ascoltare dallo stato, non per difendere i salari, ma contro la mafia, per urlargli chiaramente in faccia che non fa paura. Il coraggio è durato 57 giorni, fino alla strage di via D’Amelio.
A TESTA ALTA
PIO LA TORRE E RITA ATRIA, DUE VITE CONTRO LA MAFIA
Lo spettacolo vuole essere un tributo a due vite spese interamente per la lotta alla mafia, le storie sono quelle “di un uomo di politica e cultura, di una donna morta prematura, accomunati entrambi dalla lotta che non può dirsi ancora conclusa”. Pio la Torre e Rita Atria si raccontano attraverso gli aneddoti di eventi accaduti che hanno segnato la loro storia con gli atroci epiloghi che già conosciamo. Nello spazio del palco degli oggetti in scena, raccontano attraverso il corpo degli attori, attraverso i personaggi di Pio la Torre e Rita Atria, in un montaggio temporale alternato, i loro legami con le figure chiave della loro vita, la famiglia, gli amori, il lavoro, la mafia. I monologhi saranno fonte emotiva empatica, e metteranno lo spettatore nelle condizioni di apprendere due periodi storici della nostra repubblica: quella che ha portato all’approvazione della legge Rognoni-La Torre, quella che ha portato alla morte il magistrato Paolo Borsellino.
Il fine, la lotta, il rischio della vita per un fine più grande, è l’emblema di come l’agire mafioso investe le scelte del singolo e della collettività con la coartazione e il clima di terrore, su questo il finale che unisce le due vite spese per la stessa motivazione.
“L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”
  Pio La Torre, grande uomo di politica come non ne vedremo più, legato alla questione mafiosa già dall’infanzia, in adolescenza aveva osato contestarla a muso duro, pubblicamente, nel suo paese della provincia di Palermo, mettendo a repentaglio la tranquillità della sua famiglia contadina. Fu spedito a Palermo a studiare, per stare lontano dai guai. Pio La Torre s’appresterà a percorrere il percorso universitario e politico, divenendo un punto di riferimento del partito comunista siciliano. Il tema della terra è il suo secondo elemento di battaglia in difesa del diritto alla terra, tolta dai latifondisti e dai “campieri” che avevano il compito del controllo territoriale dei terreni, gestiti dal sistema mafioso. Una grande manifestazione, coi contadini dell’entroterra provinciale, per la riappropriazione delle terre che erano ormai il motivo dello strapotere mafioso della zona. L’intervento delle forze dell’ordine lo portano ad un periodo di detenzione carceraria. La giovane moglie, ricca, di buona famiglia, lo va a trovare spesso, lo supporta. Dopo l’esperienza di coartazione il partito lo sostiene a livello nazionale.
  L’onorevole La Torre si schiera coi siciliani impedendo l’istallazione di una base missilistica a Comiso, nel ragusano. Propone per primo, nella storia della repubblica italiana, la legge sul reato di associazione a delinquere, siamo a fine anni ‘60.
Rita Atria. Una ragazza di Partinico. La stessa storia di Peppino Impastato al femminile, con ancor meno spazio nella cronaca giornalistica, se non per ricrearne la suggestione emotiva del suicidio. E’ un delitto mafioso comunque, un delitto commesso dall’intera nazione. Il padre era un mafioso che contava nel paese, è morto quando lei aveva 11 anni: la mafia i conti li regolava così. Il fratello seguendo le orme del padre, si ritrova cadavere quando lei aveva 16 anni. La madre la rinnega, è un’onta per la famiglia. E’ una femmina, è il genere nella mentalità mafiosa ha il suo peso, in più lei vive il trauma del vivere mafioso sulla sua pelle, nel suo quotidiano e, a differenza della madre, la combatte, non abbassa la testa. Trova la protezione in Borsellino, un padre adottivo, l’uomo dall’etica impeccabile. Morto lui, unico uomo di stato pronto a dargli protezione, dice lei, finisce anche la sua vita.
“IL FALCONE” VI SPIEGO COS’E’ LA MAFIA
LA MESSINSCENA
Cosa c’è dietro la costruzione del Maxiprocesso? Che lavoro è stato fatto? Quanto abbiamo imparato attraverso gli intensi incontri tra Falcone e i grandi pentiti di mafia? Cos’è Cosa Nostra?
Oggi rispetto agli anni 80-90 grazie all’enorme contributo del giudice Giovanni Falcone la giustizia italiana conosce l’architettura della mafia siciliana Cosa Nostra: i riti di iniziazione, la scala di valori, il loro sistema economico. Eravamo davvero ad un passo dall’annientare la mafia in Italia? Questa esiste ancora?
Uno spettacolo semplice, un recital con narratori, musica ed interpretazioni ci portano dentro la storia di Falcone: dall’infanzia alla Magione, alla ricerca della giustizia, utilizzando gli strumenti seppur non perfetti, dello stato italiano nell’ imbastitura del Maxiprocesso, al fallito attentato all’Addaura, alla fine di ogni speranza.
Anche qui con la strage di Capaci finirà lo spettacolo, così com’è finita la speranza di perseguire la verità. Lo smembramento post attentati del pool antimafia, è l’emblema della mancanza di volontà di annientare il fenomeno mafioso, questo fatto umano che, secondo Falcone ha un inizio ed avrà una fine; solo che tale fine sembra essere stata rimandata.
Oggi non rimane che interrogarci sul futuro dei giovani, insieme a loro, cercando di dargli gli strumenti utili per poterci non tornare mai più a leggere pagine così nere nella storia della nostra nazione.
Tratto dal testo “Io, Falcone, Vi spiego cos’è la mafia” e altri testi scritti con la collaborazione dello stesso giudice, proveremo attraverso il teatro a generare nei giovani voglia di giustizia seguendo semplicemente le regole, così come è stato fatto nel portare in carcere decine di boss mafiosi, nel Maxiprocesso, utilizzando la legge Rognoni-La Torre.
IO ANNA FRANK
Spero che ti potrò confidare tutto, come non ho potuto fare con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno.”
Il racconto della vita di una ragazza ebrea di Amsterdam, costretta nel 1942 ad entrare in clandestinità insieme alla famiglia per sfuggire ai campi di sterminio nazisti.
Ogni giorno sento che la mia mente matura, che la liberazione si avvicina, che la natura è bella, che la gente attorno a me è buona, che questa avventura è interessante. Perché dunque dovrei disperarmi?”
  Il Diario di Anna Frank è stato inserito nel Registro della Memoria del Mondo, creato nel 1997 dall’Unesco per raccogliere e proteggere dall’oblio quei documenti di interesse universale che fanno parte della memoria del mondo, riflettendo le diversità di popoli e culture. Questa la motivazione con cui l’Unesco ha dichiarato il Diario di Anna Frank patrimonio dell’umanità: “Il Diario di Anna Frank” racconta la vita quotidiana in Olanda durante la Seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di una ragazza adolescente: Anna Frank, una ragazza tedesca di origine ebrea, nata a Francoforte nel 1929, che, prima di morire a soli 16 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen, ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui si trova a vivere. Perseguitati dai tedeschi, per la loro origine ebraica, lei, la sua famiglia e in seguito la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel, furono costretti a stare nascosti in un alloggio segreto, fino a quando furono scoperti dalle SS. Arrestati e portati nei campi di concentramento, la madre di Anna morì di consunzione, e un anno più tardi morirono Margot e Anna di tifo. Tre settimane dopo la loro morte (1945) gli inglesi liberarono il campo di prigionia di Bergen Belsen dove erano detenute Anna e Margot. Il diario di Anna Frank, fu trovato nell’alloggio segreto da  e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia, da Miep, uno degli amici che avevano supportato la clandestinità del gruppo . Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947, col titolo originale Het acherhuiscil (il retrocasa)
Solo dopo la morte di Otto Frank, la fondazione Anne Frank di Basilea commissionò alla scrittrice Mirjam Pressler, il compito di creare una versione fedele agli scritti di Anna Frank, recuperando le parti che il padre aveva modificato e cancellato; fu così, che uscì la versione ufficiale de “Il Diario di Anna Frank”.
SINOSSI
Per il tredicesimo compleanno Anna riceve in regalo un quaderno, che diventa il suo diario di adolescente, diretto a Kitty, un’amica immaginaria cui confidare i suoi pensieri. Ben presto la vita di Anna subisce un mutamento radicale: l’occupazione tedesca dell’Olanda e le persecuzioni convincono
 la famiglia di Anna a diventare clandestina, nascondendosi in un alloggio segreto. Da questo momento il diario diventa il racconto della vita nell’alloggio segreto e delle sue difficoltà quotidiane: dai lavori comuni come pelare le patate, ai turni per il bagno, ai lunghi pomeriggi di studio, con tutte le tensioni che derivano dall’ affollamento di molte persone in locali piccoli e dalla tensione dovuta alla continua paura di essere scoperti o di venire traditi.
Nell’agosto del 1944 i clandestini vennero scoperti , arrestati e condotti nel campo di concentramento di Westerbork. Anna morirà di tifo a Bergen Belsen, nel marzo del 1945, insieme alla sorella Margot. Alcuni amici di famiglia riuscirono a salvare gli appunti scritti da Anna all’interno dell’alloggio segreto, consegnandoli poi al padre, che ne curò la pubblicazione avvenuta nel 1947.
 L’IDEA
L’idea di questo spettacolo nasce dalla consapevolezza che il racconto della vita di Anna rivissuto attraverso le pagine del suo diario, ed è straordinario perché, “…Cominci la visione con l’angoscia di chi conosce già l’epilogo…”
In questo periodo di aberrazioni sulla democrazia improntate da azioni già viste da nazisti e fascisti, la tematica sembra sempre più preminente da affrontare. Con l’ausilio di voci narranti, effetti sonori e visivi, gli spettatori saranno condotti a vivere una realtà abbastanza simile a quella che per lunghi mesi ha affrontato quotidianamente la famiglia Frank, nei suoi aspetti claustrofobici, aberranti, ma anche buffi e ludici, divenuti normali nel clima disperato e grottesco di quegli anni. L’Alloggio Segreto non è descritto o rappresentato, non c’è distanza fra attori e spettatori. Il mondo interiore – ed esteriore – di Anna prenderà vita grazie a coloro che l’ascolteranno e vedranno  lo scorcio di realtà che la nostra protagonista ha vissuto.
LA MEMORIA DEGLI INNOCENTI
Sinossi
Durante una serata che volge al termine, la richiesta d’aiuto fatta da una stravagante signora che irrompe nello studio di un diffidente professionista, rimane dapprima inascoltata. La donna ha smarrito i ricordi, non ha più un’identità e, dopo svariati tentativi, l’atteggiamento resistente del cinico psichiatra la induce a desistere; ma poi, improvvisamente, poche ed intense parole che lei rivolge a lui, ribaltano la situazione, richiamando l’uomo al suo dovere di professionista e, come tale, ad intervenire nella speranza di farle recuperare i ricordi perduti. Dai racconti della donna, però, inaspettatamente, emergono realtà contrastanti, immerse tra la visione di un glorioso passato ricco di cultura fondata sulla bellezza creativa e gli ultimi cinquant’anni di spietati fatti di cronaca, da piazza Fontana fino a Capaci e via D’Amelio. Attraverso i ritrovati ricordi, i sentimenti positivi lasciano, quindi, il posto al dolore e alla vergogna.
Note di regia
“La Memoria degli Innocenti” è uno spettacolo dal forte coinvolgimento emotivo, un invito a chiedersi: “complici della bellezza o dell’illegalità?”  E’ uno stimolo ad avvertire il bisogno, individuale e collettivo, di essere artefici di una scelta, di un cambiamento, di un definitivo allontanamento dalla mentalità di chi si scarica delle responsabilità con il pretesto che il compito di mettere a posto le cose sia da demandare sempre agli altri. E’ un’esortazione a guardarsi dentro, ad acquisire la consapevolezza che il comportamento di ogni singolo abitante del nostro amato quanto maltrattato paese, si riversa su quello di un intero popolo.
Specifiche
Lo spettacolo sarà messo in scena per gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado, dal mese di Ottobre al mese di Maggio, presso gli auditorium degli istituti scolastici o i teatri che avranno aderito. Il costo del biglietto è di € 10,00 (omaggio ai docenti accompagnatori e agli alunni con disagi), si potrà usufruire di riduzione sul costo del biglietto in base alle adesioni e nel caso in cui la compagnia non dovesse avere spese di affitto di un teatro.
Altre informazioni
Al suo esordio lo spettacolo ha avuto il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Trapani, della Camera Penale, del Comune di Calatafimi Segesta e del Parco Archeologico di Segesta. Nel luglio scorso è stato inserito nella rassegna letteraria Libri, autori e bouganville a San Vito Lo Capo, in occasione della presentazione del libro del Giudice Carlo Palermo, ottenendo ampi e confortanti consensi dagli addetti ai lavori e dal pubblico.
L’AGENDA ROSSA
SINOSSI
Lo spettacolo è il racconto in prima persona di Paolo Borsellino dei giorni che precedono l’eccidio di Via D’Amelio del 19 luglio 1992. Cocò Gulotta, nello scrivere la drammaturgia della piéce teatrale, ha voluto immaginare che la famosa Agenda rossa appartenuta al Giudice e misteriosamente scomparsa proprio il giorno della strage, sia stata finalmente ritrovata da un giornalista (Lucio Speranza) di un piccolo mensile palermitano. Questi deciderà di portare la preziosa Agenda alla figlia ventenne (Angela, nata proprio nel luglio del 1992) e di leggerne il contenuto alla ragazza prima di consegnarla alle autorità competenti.
Il testo dello spettacolo (a due voci) è, oltretutto, un pretesto per raccontare l’umanità del Giudice Borsellino, allora pienamente ed amaramente consapevole del suo ineluttabile destino, ma anche un’occasione per analizzare il punto di vista sulla Mafia e la stagione delle stragi sia di chi ha vissuto direttamente quegli anni, sia di quella generazione di giovani che nasceva in quel periodo e che di quel orribile passaggio storico del nostro Paese ha solamente sentito il racconto.
  L’agenda rossa
Nei mesi che precedettero la strage Paolo Borsellino riportò parte dei contenuti dei suoi colloqui investigativi su un’agenda rossa che aveva ricevuto in dono dall’Arma dei Carabinieri. Il Magistrato ripose l’agenda nella sua borsa di cuoio poco prima di recarsi dalla madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992. Da quel momento dell’agenda si sono perse le tracce: nella borsa trovata intatta dopo l’esplosione sono stati rinvenuti alcuni oggetti personali ma non l’agenda. Chi se ne è appropriato può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l’organizzazione criminale.
  Cocò Gulotta è nato a Palermo nel 1967.
Dall’86 si occupa di Teatro, di Musica e Televisione.
Nel ’91 si laurea al Dams di Bologna.
È Attore, Drammaturgo, Cantautore, Presentatore e Regista. Insegna recitazione e cura la Direzione Artistica di Festival e Rassegne musicali e teatrali.
Oltre a numerose esperienze come attore e regista nei più importanti teatri italiani, fra le produzioni di particolare rilevanza ha all’attivo la pubblicazione di due Album con il progetto di teatro-canzone “Bottega Retrò” (con Al Di Rosa), la partecipazione da coprotagonista al Film per la Tv “La mossa del cavallo” (Rai1 – Palomar – regia G.Tavarelli con Michele Riondino – 2018) e alla miniserie “La vita promessa 2” (Rai1 – Picomedia – regia Ricky Tognazzi con Luisa Ranieri – 2019).
DIMENTICARE FALCONE – MEMORIA O OBLIO?
SINOSSI
Questo lavoro, vuole lasciare al pubblico, l’arbitrio, di scegliere tra la Memoria e l’Oblio; scelta a volte obbligata sia da parte della memoria, (per quanto riguarda i familiari delle vittime e le persone scampate alle stragi), sia per quanto riguarda l’Oblio, da parte di tutti quegli uomini a cui non interessa, pur vivendo in un sistema sporco, pieno di estorsori, affaristi, assassini, e diciamolo pure, mafiosi.
Eppure, tutto questo non li tocca, come se appartenesse ad altri, ma la mafia è veramente “Cosa nostra”, di ognuno di noi e vive con noi sotto ogni forma, servendosi di persone “da poco” cioè che si possono comprare a poco prezzo.
Questo sarà il compito arduo dei due protagonisti, cercare di far conoscere situazioni create dalla “Memoria” e “dall’Oblio” entrambe facce della stessa medaglia, ricordare per rinnovare il dolore o Dimenticare, per non sentire il dolore? Imparare come studenti a fare una scelta, a schierarsi da una parte “Memoria” o dall’altra “Oblio”.
E’ fondamentale ! Vivere questa lettura come un primo giorno di scuola, una scuola, dove si riflette, e ci si riflette, in un passato che non è di nessuno ma,  appartiene a tutti noi, un passato, presente ogni giorno.
  Questa Pièce Teatrale è composta da due attori / cantori, Sebastiana Eriu e Cocò Gulotta, intervallati nelle loro controversie da testi poetici di Bertolt Brecht, Ignazio Buttitta, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, cose di cosa nostra, questa terra diventerà bellissima di Felice Cavallaro.
URLERANNO ANCHE LE PIETRE
GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO
SOTTO IL CIELO DI COSA NOSTRA
SINOSSI
Falcone e Borsellino sapevano bene che per sconfiggere la mafia il presupposto fondamentale è conoscerla e avere coscienza di quanto sia pericolosa, di quanto essa sia simile a una nube tossica che permea con le sue particelle di morte le menti degli esseri umani facendo si che diventi un modus vivendi e operandi da sembrare del tutto normale e necessario. Il silenzio, la tendenza a non far parlare di sé, l’illusione che ormai la mafia sia stata sconfitta rappresentano la menzogna più pericolosa che rischia di travolgere le nuove generazioni che, purtroppo o per fortuna, non hanno vissuto gli anni delle stragi di mafia.
Lo spettacolo si ripropone di raccontare i soprusi, il dolore, le ingiustizie di un potere cieco e sordo al benché minimo alito di umanità, con l’intento di tenere vivo il ricordo e l’esempio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino i quali, abbandonati perfino dalle istituzioni, hanno sacrificato la loro vita per smantellare il sistema di Cosa Nostra che, senza il loro sacrificio, eserciterebbe ancora il suo strapotere su tutti quanti noi.
DA PEPPINO IMPASTATO A FALCONE E BORSELLINO…
MARTIRI DELLA LEGALITA’
SINOSSI
Falcone e Borsellino sapevano bene che per sconfiggere la mafia il presupposto fondamentale è conoscerla e avere coscienza di quanto sia pericolosa, di quanto essa sia simile a una nube tossica che permea con le sue particelle di morte le menti degli esseri umani facendo si che diventi un modus vivendi e operandi da sembrare del tutto normale e necessario. Il silenzio, la tendenza a non far parlare di sé, l’illusione che ormai la mafia sia stata sconfitta rappresentano la menzogna più pericolosa che rischia di travolgere le nuove generazioni che, purtroppo o per fortuna, non hanno vissuto gli anni delle stragi di mafia.
Lo spettacolo si ripropone di raccontare i soprusi, il dolore, le ingiustizie di un potere cieco e sordo al benché minimo alito di umanità, con l’intento di tenere vivo il ricordo e l’esempio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino i quali, abbandonati perfino dalle istituzioni, hanno sacrificato la loro vita per smantellare il sistema di Cosa Nostra che, senza il loro sacrificio, eserciterebbe ancora il suo strapotere su tutti quanti noi.
UN SEGNO DEL TEMPO CHIAMATO MEMORIA
PEPPINO IMPASTATO E ALDO MORO
SINOSSI
Uno spettacolo corale, una riflessione su due morti drammatiche del nostro recente passato, la morte di Peppino Impastato (su cui verte la maggior parte dello spettacolo) e quella di Aldo Moro, due uomini qui accomunati dal sentimento della delusione, una delusione che li fece morire entrambi due volte e il caso (?) volle che ciò avvenisse nello stesso giorno, quel 9 maggio dell’oramai lontano 1978. Ma in scena è anche il dolore di una madre, Felicia Impastato, madre di Peppino che grazie al suo coraggio ha fatto sì che la figura di Peppino fosse riabilitata (come è noto, sulle prime si disse che era un terrorista, morto mentre preparava un attentato), che si scoprisse che era stato ucciso dalla mafia e che depistaggi si erano avuti nel corso delle indagini. Lo spettacolo è costituito da diverse scene che rappresentano ora i mafiosi (le minacce, la decisione di ucciderlo) ora i brigatisti con le loro esitazioni e i loro dubbi, ora gli stessi Peppino Impastato e Aldo Moro: il primo con il suo sogno di riuscire a contrastare la mafia, il secondo con la speranza di essere liberato. Il tutto tenuto insieme da una sorta di preghiera, monito, invito a non dimenticare << quel segno del tempo chiamato memoria, e rimane quel giorno dove furono due morti due volte in quel giorno, un giorno per due >>.
Lo spettacolo, scritto e diretto da Maria Teresa de Sanctis,  essenziale nelle scenografie e con una significativa colonna sonora, vede sulla scena con la stessa regista un altro attore.
 “Un segno del tempo chiamato memoria”: uno spettacolo dove l’emozione che nasce dalla forza del testo e dalla semplicità dell’allestimento, arriva dritto al cuore dello spettatore.
VOLA LIBERO
DA PINA MAISANO GRASSI A FELICIA IMPASTATO
LE DONNE CHE HANNO DETTO NO ALLA MAFIA
Gli occhi di una donna non vedono ma osservano. Tre volti attenti, segnati dalla sofferenza e dalla speranza, tre figure di grande carattere, la “buona Sicilia”, la Sicilia che vede, piange, reagisce e non sta in silenzio. Molto diverse tra di loro ma unite da un male comune, definito da Pina Maisano Grassi un cancro che si ramifica come una metastasi, “la mafia”. Vittime di una grande guerra mai conclusa, hanno lottato e alla fine hanno vinto le loro battaglie. Tre donne che hanno fatto la differenza, che hanno detto no alla mafia, tormentate dal retaggioculturale che essa ha determinato.
Pina Maisano Grassi è la prima protagonista di questa storia liberamente tratta dal romanzo “Le Siciliane” di Giacomo Pilati, che insieme a Rosa, l’amica d’infanzia, ricorda i bei tempi andati tra ricordi ora nostalgici ora aspri, ripercorrendo tutta la sua vita tra gioie, sofferenza e rabbia. Con un’unica costante: la forza e il coraggio che conferisce il dolore. “L’autorità che dà la dignità”, cosi definisce il dolore Felicia Impastato, la seconda protagonista di questa vicenda. Il dolore di una madre alla quale viene ucciso un figlio, Peppino, dilaniato da una bomba e reso a brandelli. “Ma Felicia ha parlato, ha urlato il suo dolore. Lei, moglie di un mafioso ha urlato il suo disprezzo contro la mafia, ha difeso suo figlio puntando il dito contro i colpevoli, ha segnato di solco incancellabile di verità e libertà” (Giacomo Pilati). La terza protagonista, Anna Giordano, è “la donna dei falchi”, come mi piace definirla, quella bambina che voleva salvarli tutti, imbattendosi con coraggio e determinazione contro la mentalità mafiosa e arrogante dei bracconieri. La sua lotta è iniziata in tenera età. A quattordici anni già si recava negli appostamenti dei bracconieri carica di coraggio e di
speranza.” Paura? Ma neanche per sogno! Quando io ho ragione niente mi può fermare” (Anna Giordano). Ha deciso di restare in Sicilia perché andarsene significava arrendersi, e invece è rimasta per non dargliela vinta, per non arrendersi mai. Sono stata tentata più volte di lasciare la Sicilia, ma poi ho scelto di restare! …e poi se io me ne vado finisco per darla vinta a qualcuno, e invece io sono una tenace, no, non me ne andrò! Negli ultimi anni si è intestata la battaglia contro la costruzione del ponte di Messina: “questo mostro lo vuole solo la mafia” (Anna Giordano). Le tre storie hanno come filo conduttore il coraggio, la speranza, la lotta per la libertà. La libertà di pensiero, di parola, la libertà … di volare liberi. E questo volo non si ferma neanche di fronte alla morte, perché i testimoni…quelli restano e lasciano il segno. La storia di Anna unisce le tre vicende sotto un unico grande messaggio, “Vola libero”. Come dice Pina, “Libero non è solo un nome, è un aggettivo”.
Ogni storia viene romanzata attraverso un uccello-simbolo: Pina Maisano narra del canto degli acidduzzi (uccellini) la mattina dell’uccisione di suo marito, Libero Grassi:” lui è in una pozza di sangue… e l’acidduzzi cantavanu, cantati acidduzzi e nun chianciti”.
Felicia Impastato parla con una gazza che tiene custodita in casa per paura che i bracconieri le sparino: “dove sei nascosta malandrina e ladra… chissà libera cosa ti sarebbe successo, magari ti sparavano come a Peppino ….perché Peppino era libero …va, vola libera, e salutami Peppino.
E infine Anna Giordano, che con coraggio apre la gabbia e libera un falco catturato da un bracconiere esclamando: “vola, Liberooooo!”.
Perché lui, il coraggio, vola sempre libero.
ASCOLA ISRAELE
LA GRANDE STORIA RACCONTATA AI RAGAZZI
<<Ascolta, Israele>> non è uno spettacolo, ma una specie di moderno “mistero” laico. Le battute degli interpreti sono brani di lettere e di messaggi dei prigionieri, le testimonianze e di ricordi di uno dei luoghi più neri della storia nazista in Italia: il lager di concentramento di Bolzano, un lager considerato, ancora oggi, un buco nero della memoria collettiva, un’anticamera dell’inferno, che ha visto transitare oltre diecimila prigionieri (fra oppositori politici, zingari, ebrei).
Shemà Israel “Ascolta, Israele” è una preghiera della liturgia ebraica.
È in genere considerata la preghiera più sentita del popolo ebraico.
 Sinossi:
  Sulla scena spoglia gli attori narrano le testimonianze dei prigionieri del campo di concentramento di Bolzano con spaventata, dolorosa intensità, ma senza retorica perché le storie come queste non hanno bisogna di enfasi, ma di voci, di corpi, di occhi per lasciare un segno.
Le storie, i destini, le tragedie accompagnati dal antico lamento, dalle antiche preghiere e i canti del popolo ebraico.
  Genere: teatro d’attore, movimento, coinvolgimento attivo degli spettatori.
Allestimento: Il taglio dell’allestimento è quello di una “narrazione documentaristica”.
Drammaturgia & regia Valeria Freiberg
Cast: Cristina Colonnetti, Giacomo De Rose,
  Sull’Olocausto, sulla Shoah sembra che tutti concordino eppure in questi ultimi anni abbiamo scoperto che esistono i revisionisti, le persone che mettono in dubbio l’orrore accaduto in Europa durante l’ultimo conflitto mondiale. Questa situazione, motivo per il quale voler vedere le cose in modo più obiettivo, richiamandosi a fonti e documenti, appare davvero indispensabile: riflettere sugli eventi rifacendosi ai fatti, con il creare un testo scarno, essenziale che non “inventa” nulla.
<<Ascolta, Israele>> è “non-spettacolo”, è un tentativo artistico di trovare un identificazione della realtà scenica con la realtà storica.

Segreteria

Giusy Scaduto